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      Cerere ci fornì del pane, Bacco del vino, Ercole delle carni, Venere de’ mirtilli, e Nettuno delle menole. Gustai ancora, ma di soppiatto, l’ambrosia ed il nèttare; chè il buon Ganimede, che vuol tanto bene agli uomini, quando vedeva Giove voltar gli occhi altrove, versò una o due ciotole di nettare e me le porse. Gli Dei, come dice Omero, che certo vide come me ogni cosa lassù, non mangian pane nè bevon nereggiante vino, ma si cibano di ambrosia, e s’inebbriano di nèttare, e sono ghiottissimi del fumo e dell’odore delle carni arrostite ne’ sagrifizi, e del sangue delle vittime versato intorno le are dai sagrificatori. Durante il banchetto Apollo sonò la cetera, Sileno ballò un ballonchio lascivo, e le Muse ritte in piedi cantarono la Teogonia d’Esiodo, e la prima delle odi di Pindaro. Poichè venne la sazietà, ci levammo, e ciascuno era alticcio.
      Dormian tutti gli Dei ed i guerrieriPer l’alta notte, ma su me non venne
      La dolcezza del sonno,
      mi frullavano pel capo tanti pensieri; e specialmente come Apollo da tanto tempo non avesse ancor messo le calugini; come si fa notte in cielo, che c’è sempre il sole, anzi aveva banchettato con noi. Infine, allora aveva preso un po’ di sonno, che Giove levatosi per tempissimo, fe’ chiamar parlamento. E convenuti tutti, egli incominciò: L’ospite che venne ieri mi muove a qui radunarvi: e già io volevo tener consiglio con voi intorno ai filosofi, ma ora specialmente per le doglianze della Luna mi son risoluto di non più indugiare a finir questa faccenda.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





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