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      E tu, o Banco, parla.
      Diogene. Se costui non mi lascia stare, o Giustizia, ei non mi accuserà che l’ho abbandonato, ma che gli ho rotto le ossa, o spaccato il capo con questo bastone.
      La Giustizia. Oh, che è? Il Banco fugge, e quei dietrogli col bastone levato. Il poveretto avrà a toccar buone busse. Chiama Pirrone.
      Mercurio. La Pittura è qui, ma Pirrone non è venuto affatto. Lo pensavo io che ei non ci saria venuto.
      La Giustizia. E perchè, o Mercurio?
      Mercurio. Perchè egli crede che non ci sia giudizio vero.
      La Giustizia. Dunque sia condannato in contumacia. Chiama ora quel parolaio di Siria. Da pochi dì furono presentate le querele contro di lui, e non ci saria tanta fretta a giudicarle. Ma è fatto: venga prima la Rettorica innanzi al tribunale. Oh, che folla di ascoltatori!
      Mercurio. Non è maraviglia, o Giustizia: non è causa vecchia, ma nuova e bizzarra, e la querela, come tu dicevi, è fresca di pochi dì. Ognuno è curioso di udir la Rettorica ed il Dialogo che accusano, ed il Siro che si difende da tuttaddue: però s’affollano al tribunale. Ma comincia, o Rettorica, la tua aringa.
      La Rettorica. Primamente, o Ateniesi,(141) io prego gli Dei tutti e le Dee che quanta benevolenza io sempre ho avuta per la città e per tutti voi, altrettanta voi ora ne mostriate a me in questa causa: dipoi che gl’Iddii vi mettano in cuore, come è questo, di far tacere il mio avversario, e concedano a me di fare l’accusa come io l’ho ideata e disegnata. Io non posso accordare nella mia mente le cose che ho patite e i discorsi che ascolto.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Secondo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 538

   





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