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      Ed anche da alcune città dell’Asia vennero messi a nome delle comunità de’ Cristiani, per confortarlo, sovvenirlo, difenderlo. Non si può dire quanta sollecitudine mostrano tutti quanti in simiglianti casi, e come non risparmiano alcuna cosa. Onde Peregrino, sotto pretesto del carcere, ebbe da loro molte ricchezze, e si fece non piccola provvisione per l’avvenire. Dappoichè credono questi sciagurati che essi saranno immortali, e viveranno nell’eternità; e però sprezzano la morte, e volentieri le vanno incontro. E poi il loro primo legislatore li persuase che sono tutti fratelli tra loro: e come si sono convertiti, rinnegano gli Dei de’ Greci, adorano quel sapiente crocifisso, e vivono secondo le sue leggi. Per la qual cosa disprezzano tutti i beni egualmente, e li credono comuni, e non se ne curano quando li hanno. Onde se tra loro sorgesse un accorto impostore che sapesse ben maneggiarli, tosto diventeria ricco, canzonando questa gente credula e sciocca.
      Ma Peregrino fu liberato dal Proconsolo che allora governava la Siria, uomo che assai si dilettava di filosofia, il quale conoscendo quanto costui era pazzo, e che avria sostenuto anche la morte per lasciar fama di sè, lo mandò via non credendolo degno neppure di pena. Tornato in patria, trova grandi sdegni ancora accesi per la morte del padre, e molti pronti ad accusarlo. Durante la sua lontananza la maggior parte dei beni gli erano stati sperperati, e rimanevano solo i campi, che potevano valere un quindici talenti; perchè tutto l’asse rimasto dal padre poteva essere d’un trenta talenti, e non cinquemila, come ha detto quella bestia di Teagene: chè cinquemila non ci varria tutta la città di Pario con cinque altre attorno, con tutti gli uomini, i bestiami e le suppellettili.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Terzo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 448

   





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