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      Il Sacerdote. Che brave genti! E che cosa s’avrian potuto giucare, se eran tutti d’oro? Ma le tue parole mi han fatto venire un pensiero. Se uno di quegli uomini d’oro ci vivesse oggi, poveretto lui! tutti gli darebbero addosso, ed ei sarebbe sbranato, come Penteo dalle Menadi, o Orfeo dalle donne di Tracia, o Atteone dai cani: farebbero a chi ne arraffa il pezzo più grosso, e vedresti baruffa! chè oggi neppur nelle feste si lascia l’amor del guadagno, e ci si va col pensiero di rasparvi qualcosa: e chi n’esce dopo d’avere spogliato gli amici a tavola, e chi rimane a bestemmiare senza pro, e a stritolare i dadi che non han colpa di ciò che egli s’ha fatto con le mani sue. Ma dimmi quest’altra cosa. Perchè mai tu, che sei un dio sì vecchio e permaloso, t’hai scelta la stagione più spiacente, quando i campi biancheggiano per neve, spirano rovai, tutto è rappreso dal gelo, gli alberi son tronchi nudi e sfrondati, i prati senza bellezza e senza fiori, gli uomini vanno curvi come vecchi o stanno appollaiati presso al focolare, e tu allora celebri la tua festa? Non è tempo da vecchi questo, nè acconcio a sollazzi.
      Saturno. Oh, tu mi fai tante dimande, e già dovremmo stare a bere. Io ho rubato alla festa un tempo non breve, filosofando di cose, non buone a nulla. Lasciamole alla malora, mettiamoci a tavola, facciamo allegria, viviamo alla libera; poi giucheremo a noci secondo l’usanza antica, faremo al tocco, obbediremo a chi sarà il re. E così faremo avverare il proverbio, che i vecchi tornan bimbi.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Terzo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 448

   





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