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      Nella baruffa Zenotemi abbranca una coppa che stava su la mensa innanzi ad Aristeneto, e scagliala ad Ermone:
      Ma lo sfallì, lo rasentò d’un pelo,
      e spacca il capo allo sposo con una buona e larga ferita. Un grido levasi tra le donne, e alcune si gettano in mezzo alla mischia, specialmente la madre del giovane quando lo vide insanguinato, e accorse anche la sposa tutta tremante per lui. Intanto Alcidamante faceva prodezze a pro di Zenotemi, e menando bastonate da orbo aveva spezzato il capo a Cleodemo, rotta una mascella ad Ermone, e feriti parecchi servi corsi in aiuto. Nè l’altra parte cedeva; chè Cleodemo ficcò un dito in un occhio a Zenotemi e glielo cavò, e con un morso gli strappò il naso: Ermone, vedendo Difilo venire in soccorso di Zenotemi, gli fe’ fare un capitombolo dal letto. Fu ferito anche il grammatico Istieo, che per volerli separare, toccò un calcio su i denti da Cleodemo, che lo prese per Difilo. Era gittato a terra il poveretto vomendo sangue, come dice il suo Omero.(102) Tutta la casa rintronava di tumulti e di pianti: le donne stridevano e s’affollavano intorno a Cherea, gli altri cercavano d’acchetare il parapiglia: ma Alcidamante faceva cose da invasato, sbaragliati quanti gli contrastavano, percuoteva chiunque gli si parava innanzi, e n’avria sbatacchiati molti per terra se non gli si fosse rotto il bastone. Io per me tenendomi ritto al muro riguardavo ogni cosa, ma non mi mescolavo, ammaestrato da Istieo che chi si mette in briga di cani tocca morsi. Figùrati i Lapiti ed i Centauri, mense rovesciate, sangue versato, tazze scagliate.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Terzo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 448

   





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