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      Ma costui ci ha menata una tribù intera, ci è venuto traendosi dietro un coro, ed ha indiati Pane, Sileno, e i Satiri, tutti villanzoni e caprai, che ballonzano, ed hanno facce da far spiritare: tra essi colui che ha le corna, e dal mezzo in giù è simile ad una capra, ed ha sì gran barba, è proprio un caprone sputato, quel vecchiotto calvo, col naso schiacciato, e quasi sempre accavalcato a un asino, è Lidio: i Satiri poi con le orecchie puntute, calvi anch’essi, e con certe cornetta come quelle de’ cavretti testè nati, sono di Frigia. E tutti quanti hanno le code. Vedete che razza di Dei ci ha regalati costui. E ci maravigliamo che gli uomini ci disprezzano vedendo iddii così ridicoli e mostruosi? Non dico che ci ha condotto anche due donne, Arianna sua innamorata, della quale ha messo la corona tra gli astri, ed una foresozza figliuola d’un certo Icario. E la cosa più ridicola è che anche il cane di costei, anche il cane di Erigone ci ha menato, affinchè la bimba non stesse di mala voglia in cielo senza il caro cagnoletto che s’era cresciuto con lei: e non vi par questa una sozzura, una ridicola pazzia d’ubbriaco? Ma veniamo ad altri.
      Giove. O Momo, non dir nulla nè d’Esculapio, nè d’Ercole, chè io vedo dove ti traporta il discorso. L’uno risana e scaccia le malattie, ed egli solo vale per molti altri, ed Ercole essendo mio figliuolo con grandissime fatiche s’ha acquistata l’immortalità. Onde non dir male di questi due.
      Momo. Mi starò zitto per amor tuo, o Giove, benchè abbia molto a dire del fatto loro, e specialmente che essi sono ancora marchiati del fuoco.


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Opere di Luciano voltate in italiano da Luigi Settembrini
Volume Terzo
di Lucianus
Edizione Le Monnier Firenze
1862 pagine 448

   





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