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      Le cose anco vicine e manifesteCi sembran lontanissime et oscure.
      A che dunque stimar dèi meraviglia,
      Ch'ei non possa altr'imagini vedereChe quelle in cui s'affissa? In oltre; ogni uomo
      Da segni piccolissimi conchiudeTal or gran cose, e nol pensando in mille
      Frodi s'avvolge e sè medesmo inganna.
      Succede ancor, che varïando effigieVadan gli spettri, onde chi prima apparve
      Femmina in un balen maschio diventi,
      E d'una in altra etade e d'una in altraFaccia si muti; e che mirabil cosa
      Ciò non si stimi il sonno opra e l'oblio.
      Or qui vorrei che tu schivassi in tuttoQuel vizio in cui già molti hanno inciampato,
      Cio è, che non credessi in alcun modoChe sian degli occhi nostri i chiari lumi
      Creati per veder, nè che le gambeNascan atte a piegarsi acciò che l'uomo
      Or s'inchini or si drizzi or muova il passo,
      Nè che le braccia nerborute e fortiDate ne sian dalla natura et ambe
      Le man quasi ministre onde si possaFar ciò ch'è d'uopo a conservar la vita,
      Nè l'altre cose simili che tutteSon da loro a rovescio interpretate.
      Poichè nulla già mai nacque nel corpoPerchè usar lo potessimo, ma quello
      Ch'all'incontro vi nacque ha fatto ogni uso.
      Nè fu prima il veder che le pupilleSi creasser degli occhi; e non fu prima
      L'arringar che la lingua, anzi più tostoDella lingua l'origine precesse
      Di gran tratto il parlare; e molto innanziFur prodotte l'orecchie che sentite
      Le voci e 'l suono; e tutte al fin le membraFur pria dell'uso lor: dunque per l'uso
      Nate non son. Ma l'azzuffarsi in guerra,
      L'uccidersi, il ferirsi e d'atro sangue


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Della natura delle cose
di Tito Lucrezio Caro
Casa Editrice Sonzogno Milano
1909 pagine 330