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      Che il re fosse, sotto Cristo, solo capo della Chiesa, era dottrina da essi unanimemente professata; ma le loro parole avevano vario significato sulle labbra di vari, e sulle medesime labbra in varie circostanze. Ora attribuivano al sovrano un'autorità che avrebbe satisfatto lo stesso Ildebrando; ora la riducevano a quella che s'erano arrogata molti antichi principi inglesi, che avevano sempre aderito alla Chiesa di Roma. Ciò che Enrico e i suoi fedeli consiglieri intendevano nel vocabolo supremazia, era niente meno che l'assoluta e piena potestà delle chiavi. Il re doveva essere papa del suo regno, vicario di Dio, espositore della verità cattolica, veicolo delle grazie sacramentali. Arrogavasi il diritto di decidere dommaticamente ciò che era dottrina ortodossa e ciò che era eresia, di comporre ed imporre professioni di fede, e di dispensare al popolo la istruzione religiosa. Asseriva, ogni giurisdizione spirituale e temporale derivare da lui solo, ed avere egli solo potestà di conferire il carattere episcopale e ritoglierlo. Ordinò che si apponesse il suo sigillo alle commissioni che nominavano i vescovi, le quali commissioni dovevano esercitare l'ufficio loro finchè piacesse al sovrano. Secondo tale sistema, nel modo con che lo espone Cranmer, il re era il capo spirituale e temporale della nazione, e come tale aveva i suoi luogotenenti. In quella guisa che nominava gli ufficiali civili a tenere i suoi sigilli, a raccogliere le sue entrate e a ministrare la giustizia in nome suo, nominava medesimamente teologi di vari gradi a predicare il vangelo e a conferire i sacramenti.


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Storia d'Inghilterra
di Thomas Babington Macaulay
Editore Felice Le Monnier Firenze
1859 pagine 1707

   





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