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      Restati per tanto Ferrando di Aragona e Francesco Sforza, l'uno duca di Lombardia e principe di Genova, l'altro re di tutto il regno di Napoli, e avendo insieme contratto parentado, pensavano come e' potessero in modo fermare gli stati loro, che vivendo li potessero securamente godere e morendo agli loro eredi liberamente lasciare. E per ciò giudicorono che fusse necessario che il Re si assicurasse di quelli baroni che lo aveno nella guerra di Giovanni d'Angiò offeso, e il Duca operasse di spegnere le armi braccesche al sangue suo naturali nimiche, le quali sotto Iacopo Piccinino in grandissima reputazione erano salite, perché egli era rimaso il primo capitano di Italia, e non avendo stato, qualunque era in stato doveva temerlo, e massimamente il Duca, il quale, mosso da lo esemplo suo, non gli pareva potere tenere quello stato, né securo a' figliuoli lasciarlo, vivente Iacopo. Il Re per tanto con ogni industria cercò lo accordo con i suoi baroni, e usò ogni arte in assicurarli, il che gli succedette felicemente, perché quelli principi, rimanendo in guerra con il Re, vedevono la loro rovina manifesta, e facendo accordo e di lui fidandosi, ne stavano dubi. E perché gli uomini fuggono sempre più volentieri quel male che è certo, ne seguita che i principi possono i minori potenti facilmente ingannare: credettono quelli principi alla pace del Re, veggendo i pericoli manifesti nella guerra, e rimessisi nelle braccia di quello, furono di poi da lui in varii modi e sotto varie cagioni spenti.


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Istorie fiorentine
di Niccolò Machiavelli
pagine 526

   





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