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      Questi congiurati non di meno, in tanta diversità di umori, publicavano una medesima cagione, affermando volere che la città con i magistrati, e non con il consiglio di pochi, si governasse. Accrebbono oltra di questo gli odii verso Piero e le cagioni di morderlo molti mercatanti che in questo tempo fallirono: di che publicamente ne fu Piero incolpato, che, volendo, fuori di ogni espettazione, riavere i suoi danari, gli aveva fatti con vituperio e danno della città fallire. Aggiunsesi a questo che si praticava di dare per moglie la Clarice degli Orsini a Lorenzo suo primogenito; il che porse a ciascuno più larga materia di calunniarlo, dicendo come e' si vedeva espresso, poi ch'egli voleva rifiutare per il figliuolo uno parentado fiorentino, che la città più come cittadino non lo capeva, e per ciò egli si preparava a occupare il principato: perché colui che non vuole i suoi cittadini per parenti gli vuole per servi, e per ciò è ragionevole che non gli abbia amici. Pareva a questi capi della sedizione avere la vittoria in mano, perché la maggior parte de' cittadini, ingannati da quel nome della libertà che costoro, per adonestare la loro impresa, avevano preso per insegna, gli seguivano.
     
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      Ribollendo adunque questi umori per la città, parve ad alcuno di quelli a' quali le civili discordie dispiacevano che si vedesse se con qualche nuova allegrezza si potessero fermare, perché il più delle volte i popoli oziosi sono strumento a chi vuole alterare. Per torre via adunque questo ozio, e dare che pensare agli uomini qualche cosa, che levassero il pensiero dello stato, sendo già passato l'anno che Cosimo era morto, presono occasione da che fusse bene rallegrare la città, e ordinorono due feste secondo l'altre che in quella città si fanno, solennissime: una che rappresentava quando i tre Re vennono di Oriente dietro alla stella che dimostrava la natività di Cristo; la quale era di tanta pompa e sì magnifica, che in ordinarla e farla teneva più mesi occupata tutta la città, l'altra fu uno torniamento (che così chiamano uno spettaculo che rappresenta una zuffa di uomini a cavallo) dove i primi giovani della città si esercitorono insieme con i più nominati cavalieri di Italia.


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Istorie fiorentine
di Niccolò Machiavelli
pagine 526

   





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