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      » Ma era pedante e borioso nel medesimo tempo. L’Arcadia lo contava fra i suoi membri - col nome di Ippofilo Larisco - l’Ateneo Veneto anche, e quivi somministrava sovente al pubblico certe letture molto somiglianti a dei soporiferi. Al caffè pronunziava giudizî sbalorditoi. A sentirlo, in tutta Italia non c’era un buon letterato, e battezzava per un ciarlatano lo Sgricci, il quale pur godeva la stima e l’ammirazione del Monti e del Perticari. Come al disprezzo per i viventi, altrettanto era facile a lodare i letterati morti; per esempio, da arcade coscienzioso e fedele, alzava a cielo il Sannazzaro, e anzi avea dato mano a tradurlo. «Egli» - narrava il Buratti - «raccoglie spesso nel suo studio alcuni amici, e li munisce tutti di un piccolo Sannazzaro per tener dietro alla sua traduzione, che sta registrata in un gran libro che porta in fronte il suo ritratto. Ippofilo legge con una tal prosunzione di sè, che infuoca spesso le pallidissime e smunte sue guancie. Ebbi io pure l’onore d’essere più d’una volta del bel numer uno, ma, confesso il mio peccato, niente per altro che per godermi la scena comica, e riflettere sulla vanità degli umani delirî.» Nemico acerrimo della pedanteria negli uomimi di età, e maggiormente nei giovani di primo pelo, col titolo di Avvertimento a Ippofilo Larisco egli applicò allo Scolari un cerottino; cioè lo prese a tema d’una satira bellissima, la cui proposta era la seguente:
      Ippofilo sentì: primo doverDe chi a le scienze e ai studi se abandona,
      Xe el persuaderse che chi vol saver


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Il principe dei satirici veneziani Pietro Buratti
di Vittorio Malamani
Tipografia dell'Ancora Venezia
1887 pagine 115

   





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