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      Non è possibile dire quanto lo amasse. Custodiva tutti gli originali delle satire, perchè la Polizia, che spesso perquisiva improvvisamente la casa del poeta, non potesse trovarli, e andava ricopiandoli volta per volta con molta cura in appositi volumi legati. Ogni anno, di ritorno dalla campagna, accompagnato sempre da un famoso cane da caccia, batteva all’uscio dell’amico, e prima di salire le scale gli chiedeva:
      - Gastu fato gnente, vissere mie?
      E se la risposta era negativa, se ne andava ingrugnato senza manco salutarlo nè chiuder l’uscio, e non lo guardava in faccia finchè non gli desse qualche nuova satira da ricopiare.
      Sì grande era in lui l’ammirazione, il feticismo per il Buratti, che avendo veduto un dì all’Accademia di Belle arti un poco somigliante ritratto di lui dipinto dal Lipparini, si adirò terribilmente, e scrisse in un angolo della tela:
      Pinger Buratti Lipparin presume:
      Stolto! non sa che mal s’effigia un Nume.
      Quando il 7 gennaio 1832 il poeta fu colpito da tre svenimenti successivi, tristi forieri di morte, che parecchio lo indebolirono «lo visitai il giorno otto» - narrava il Da Mosto - «e non fui contento di sua salute. Il giorno 9 gli scrissi il seguente viglietto:
      Va, cori, svola,
      (Digo al pórtier)
      Una parolaChe me consola
      Al to ritornoSpero de aver.
      El voto ingenuoChe fa el mio cuor
      Xe che ’l poetaCo una strofeta
      Me fazza onor,
      E al mondo diga:
      Qui giace di Venezia un gentiluomo.
      Prodigio - è ver! - fu sempre galantuomo.
      «I giorno 16» - continuava - « si rinnovarono gli attacchi, e uno fu tale che fu creduto anche da lui medesimo colpo d’apoplessia.


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Il principe dei satirici veneziani Pietro Buratti
di Vittorio Malamani
Tipografia dell'Ancora Venezia
1887 pagine 115

   





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