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      E questo se si tratta del terrore popolare esercitato direttamente dalle masse contro i loro oppressori diretti. Chè se poi il terrore dovesse essere organizzato da un centro, fatto per ordine di governo per mezzo della polizia e dei tribunali cosiddetti rivoluzionari, allora esso sarebbe il mezzo più sicuro per uccidere la rivoluzione e sarebbe esercitato, più che a danno dei reazionari, contro gli amanti di libertà che resistessero agli ordini del nuovo governo ed offendessero gli interessi dei nuovi privilegiati.
      Alla difesa, al trionfo della rivoluzione si provvede interessando tutti alla sua riuscita, rispettando la libertà di tutti e levando a chiunque non solo il diritto, ma la possibilità di sfruttare il lavoro altrui.
      Non bisogna sottomettere i borghesi ai proletari, ma abolire borghesia e proletariato assicurando a ciascuno la possibilità di lavorare nel modo che vuole e mettendo tutti gli uomini validi nell’impossibilità di vivere senza lavorare.
      Una rivoluzione sociale, che dopo aver vinto sta ancora in pericolo di essere sopraffatta dalla classe spossessata è una rivoluzione che si è arrestata a mezzo cammino; e per assicurarsi la vittoria non ha che da andare sempre più avanti sempre più in fondo.
      Resta la questione della difesa contro il nemico di fuori.
      Una rivoluzione che non vuol finire sotto i talloni di un soldato fortunato non può difendersi che per mezzo di milizie volontarie, facendo in modo che ogni passo fatto dagli stranieri sul territorio insorto li faccia cadere in un tranello, cercando di offrire tutti i vantaggi possibili ai soldati mandati per forza e trattando senza pietà gli ufficiali nemici che vengono volontariamente.


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Rivoluzione e lotta quotidiana
di Errico Malatesta
pagine 338