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      Lo stesso dicasi del dogma: o esso lo si accetta con convinzione, cioè in seguito ad un processo del pensiero, ed allora esso non è più qualche cosa di estraneo e di superiore al pensiero stesso - oppure lo si accetta come punto fisso insuperabile dal pensiero, ed allora l'accettazione è una pura finzione che nasconde quella tale paura d'indole empirica di... andar contro corrente, non accettandolo.
      Ciò perché le formule filosofiche i filosofi non le trovarono belle e fatte, ma vi pervennero pensando, ed esse sono spesso delle proposizioni, grammaticalmente parlando, le più ingenue che i pseudo-filosofi trasformarono in formule. Così i dogmi non possono essere estranei all'attività del pensiero religioso che li ha creati esclusivamente per potersi svolgere storicamente: nel caso contrario la Religione non potrebbe storicamente svolgersi, avendo i passi sbarrati da ciò che doveva invece facilitarglieli.
      Riconoscere dunque la fissità, l'eternità del dogma, ritenerlo cioè insuperabile da parte del pensiero è come porlo fuori dell'attività del pensiero, cioè come esteriorità, è - in altri termini - trasformare la Religione in un esteriore cui più non corrisponde l'assenso da parte del pensiero, cioè in un culto storicamente superato.
      La Storia infatti ci dimostra come il Paganesimo fosse virtualmente finito - assai prima dell'avvento del Cristianesimo - allorché il Console Claudio Pulcro, lanciò nel mare i polli sacri che non volevano mangiare (indizio evidente della sciagura militare) esclamando: "Che bevano allora!


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La Ragione d'essere della Filosofia
di Giuseppe Mannarino
Tipogr. Abramo Catanzaro
1931 pagine 111

   





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