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      Con ciò non intendiamo dire che le altre forme di attività intellettuale furono trascurate in tutti i tempi, il che sarebbe un'eresia troppo grave per poter essere presa sul serio dal più mediocre degli uomini, ma solo abbiamo voluto spiegarci modestamente la ragione per cui quella superficialità, quella unilateralità così diffuse in Italia nelle altre branche dello scibile, - per cui i cultori, grandi e piccoli, delle branche stesse non hanno voluto vedere nel loro campo di attività nulla fuorché il prodotto della loro attività medesima - esulano completamente nello studio del Diritto, l'unico profondo, l'unico che non ha visto in nessun tempo dei cultori mediocrissimi e per nulla originali divenire depositari monopolistici dello speciale ramo di attività e disponitori di cattedre.
      La ragione della mancanza di una sola critica alla ragion d'essere della Filosofia da parte anche dei più modesti suoi cultori è appunto in questo, nella profondità, nella serietà con cui il Diritto si è sempre studiato in Italia, ché non è possibile l'altra spiegazione per cui i Giuristi si sarebbero mantenuti nei riguardi della Filosofia in uno stato di voluta ignoranza per quello che andremo vedendo.
     
      Anzitutto - come la Religione ha i suoi dogmi, l'Arte le sue espressioni, la Scienza le definizioni, e la Filosofia le formule - il Diritto ha le sue norme giuridiche (Codici, trattati, Statuti, leggi speciali) che ne costituiscono il "pensato". Ora la prima questione da affrontare è il vedere la possibilità di concepire questo pensato indipendentemente dal pensiero che lo pensa, cioè nel caso specifico, se è possibile considerare la norma giuridica come indipendente dall'attività giuridica del pensiero che l'ha prodotta: se ciò fosse possibile, il Diritto si confonderebbe con l'insieme delle norme giuridiche attualmente in vigore in uno Stato determinato, cioè si confonderebbe col Diritto positivo.


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La Ragione d'essere della Filosofia
di Giuseppe Mannarino
Tipogr. Abramo Catanzaro
1931 pagine 111

   





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