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      Anzi era tale l'importanza che si sentiva dal re per tal convenzione, che non avea egli difficoltà di entrarne mallevadore colla cessione di alcune città dei suoi stati del continente [1135] . Sebbene don Ferdinando tanto non ebbe vita da veder ridotta ad effetto quella pacificazione. Onde le poche memorie del breve suo regno si riducono in Sardegna alla nomina da lui fatta del già mentovato Acarto de Muro a suo luogotenente generale; ed al provvedimento dato affinché non si accogliesse nell'isola l'antipapa Benedetto; il quale inflessibile nel non voler abbandonare la tiara, malgrado dei voti di tutta la cristianità e delle ordinazioni di pace vinte nel concilio di Costanza, avea allora in animo di riparare al castello di Cagliari per ivi conservarsi indipendente nella sua contenzione [1136] .
      Alfonso V salì allora sul trono aragonese, che dovea tanto illustrare col magnanimo suo carattere e colle molte sue virtù. Egli trovò la pace ch'era stata stabilita col visconte nuovamente turbata; perché nelle angustie dell'erario aragonese non erasi data comodità di eseguirne le condizioni. Si aggiugneva ad accendere i partigiani del visconte la circostanza che i di lui vassalli delle Barbagie aveano cooperato alla ribellione di alcuni distretti confinanti contro al loro signore Valore Deligia, investito dal marchese di Oristano di alcuni feudi. Presentandosi ardua in tali congiunture la continuazione delle ostilità, deliberava il re di trattare altra volta della pacificazione; e consisteva questa per parte del visconte nella conservazione della città di Sassari e degli altri suoi dominii a titolo di feudo, fino a quando si soddisfacesse al pagamento della somma di riscatto già convenuta col re don Ferdinando; come fin d'allora rinunciava lo stesso visconte ai titoli dipendenti dal giudicato d'Arborea, la cui memoria voleasi dai reali d'Aragona spegnere in perpetuo [1137] .


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Storia di Sardegna
di Giuseppe Manno
pagine 1187

   





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