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      Il regno di Filippo II, che conturbò l'Europa, infiacchì la Spagna, contristò i penetrali stessi della reggia, fu per una vicenda singolare fausto per la Sardegna. Fino dai primi anni mostrò egli singolar cura perché la giustizia fosse amministrata con mano imparziale a coloro specialmente pei quali mancando gli umani rispetti, parla solamente al cuore dei giudici l'umanità. Egli pertanto scrivea a don Álvaro di Madrigal, succeduto alla carica di viceré [1255] : essergli giunta contezza che alcuni grandi del regno maltrattavano i loro vassalli, e che questi riparando all'autorità tutelare del viceré non incontravano accoglimento; esser i sovrani ad immagine di Dio protettori degli afflitti e degli aggravati, e passare tal obbligo nei rappresentanti del re; esser perciò suo volere che nel reprimere quelle vessazioni impiegassero i viceré sollecitudini massime.
      Ponea quindi mente Filippo ad approvare i capitoli presentati nelle corti presiedute dal viceré trapassato. In queste si era ricercato che le consuetudini di Catalogna, già abbracciate in altri rispetti, si osservassero anche nel tempo delle periodiche tornate del parlamento; il quale si dovesse perciò convocare allo scadere di ciaschedun triennio, od almeno di ogni quinquennio [1256] . Ma questa deliberazione, sebbene favorevolmente accolta, non fu giammai posta in osservanza; e la norma consueta sempre si serbò della decennale convocazione [1257] . Un altro negozio di molto conto misero quelle corti in vista al sovrano.


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Storia di Sardegna
di Giuseppe Manno
pagine 1187

   





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