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      Il re Giorgio ed il reggente di Francia aveano palesemente rotto la guerra contro alla Spagna. Avea quegli offerto il suo navilio del Mediterraneo e questi le sue galee pel trasporto delle truppe alleate nell'isola; ed ogni cosa necessaria all'impresa apparecchiavasi già in Genova ed in Sicilia. Perciò quantunque la Sardegna si trovasse allora meglio munita che nel tempo delle precedute invasioni, mercé dell'attività che il novello capitano generale don Gonzáles Chacón ed il visconte del Porto, governatore della capitale, assistiti dal marchese di S. Filippo, ministro del re in Genova, aveano impiegato nel vettovagliare e restaurare le rocche; pure Filippo incominciava ad essere sopra pensiero, veggendo che la guerra sarda e siciliana gli avea di nuovo tratto addosso le arme delle maggiori monarchie d'Europa. Alla qual cosa aggiugnevasi che le sorti spagnuole in Sicilia erano di molto scadute dopoché gl'imperiali erano un'altra volta entrati vittoriosi in Messina. Siccome pertanto la fidanza di Filippo negli arditi divisamenti del cardinale era stata infino ad allora sostenuta dalla felicità delle imprese, così al primo crollo della buona ventura cominciò quell'incomportevole ministro ad essergli in fastidio. E ciò bastò perché i clamori universali, non più rattenuti, sboccando, per così dire, da ogni banda, giungessero agli orecchi del re. Nel mentre adunque che l'Alberoni pascevasi di novelle illusioni, quello ch'egli temeva meno gli venne in sul capo: e cacciato dal ministero e dallo stato, minacciato della perdita della porpora e costretto a vivere chiuso o ramingo per isfuggire la potenza de' suoi nimici, ebbe lunga pezza a rammentare con dolore, come sia duro calle lo scendere da un'altezza soverchia.


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Storia di Sardegna
di Giuseppe Manno
pagine 1187

   





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