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      Salutava quella terra da cui la musica che per caso vi aveva posto il piede fuggì per sempre, chiudendosi le orecchie, quasi non volesse udire lo strepito incessante delle macchine e il bisbiglio disarmonico degli uomini. Salutava quella terra dove gli uomini sono rozzi ma infaticabili e virtuosi; innamorati delle cose difficili e nuove; quella terra dove ogni uomo è un individuo, ogni pensiero una conquista.
      Intanto il nano del nostro vaporetto aveva raggiunto il Thames, e lo aveva abbordato; e quel gigante smisurato sembrava piegarsi a riceverlo fra le sue braccia. Convenne far passare sul gigante tutti gli ospiti animati di quel nano. Era una scena infernale. Peggio fu poi quando gli amici e i parenti dovettero discendere dal Thames, e lasciar soli i loro cari. Quanto strazio nella vita umana! Di quanti dolori può mai impregnarsi quella spugna che chiamiamo cuore!
      Gli stewards, gli ufficiali pregavano i parenti e gli amici a voler scendere, ed i marinai, con minor cortesia li spingevano giù dalle scale; ma cedendo all'ammonizione facevano pochi passi addietro e rigiravano poi nel labirinto dei bauli e dei cordami per ritornare ad un saluto più lungo, ad un bacio più ardente; e sulle fragili scale del Thames una catena di braccia e di corpi che si stringevano e si facean violenza crudele per distaccarsi, si componeva e si riannodava fra gli spintoni brutali dei marinai. Convenne che la campana secca e inesorabile toccasse alla partenza; convenne che il Thames, indispettito per tanta indisciplina muovesse le sue ruote, perché l'amaro distacco avesse luogo, perché si vedesse sui due vapori, così disuguali di mole e così vicini, una pleiade di braccia e di moccichini che si cercavano, si salutavano, si rimandavano col pianto e colle grida mille saluti, mille affetti, mille desiderii.


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Un giorno a Madera
di Paolo Mantegazza
Casa Editrice Bietti Milano
1925 pagine 147

   





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