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      E quel giovane bello e appassionato aveva di quelle labbra. Gioia più pura non aveva mai veduto dipingersi in volto più bello. Quella gioia, che sembrava una ineffabile speranza, doveva essere più grande: perché quell'uomo non poteva essere egoista, in mezzo a tanto pianto e a tante scene di dolore che doveva aver veduto pochi momenti prima, non nascondeva punto la sua beatitudine.
      Appoggiato mollemente col braccio destro ad uno dei cordami dell'antenna, pareva baloccarsi colla ondulazione lenta della nave, e fuori di quel punto di appoggio egli era in cielo, era tutto sollevato fuor di sé stesso da una gioia senza nome. Gli occhi eran larghi, aperti fin dove l'uomo può aprirli e il volto, il collo e il petto parevano gonfiarsi sotto l'impulso interno di una forza d'espansione. Quell'uomo divorava l'Oceano e pareva vedervi il suo paradiso e la sua gioia lo faceva sospirare lungamente, profondamente, assaporando il salso aroma della brezza marina. Per certo quel giovane inglese non aveva da un pezzo goduto tanto, né a quel modo.
      Quando venne l'ora del pranzo, distratto dalle cure dell'acconciarmi nella mia cabina, non sentii il richiamo della campanelle e giunsi a tavola dopo tutti gli altri. Corrucciato di non poter scegliermi i miei vicini, dovetti pigliarmi l'unico posto che rimaneva. Caso strano! Quel posto non era ad una delle estremità, ma era nel mezzo della mensa; e due uomini respinti da una subita antipatia, dopo esser venuti vicini, avevan lasciato una sedia vuota fra l'uno e l'altro.


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Un giorno a Madera
di Paolo Mantegazza
Casa Editrice Bietti Milano
1925 pagine 147

   





Oceano