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      La vista de' luoghi rendeva ancor più vivi que' pensieri d'Agnese, e più pungente il suo dispiacere. Usciti da' sentieri, avevan presa la strada pubblica, quella medesima per cui la povera donna era venuta riconducendo, per così poco tempo, a casa la figlia, dopo aver soggiornato con lei, in casa del sarto. E già si vedeva il paese.
      – Anderemo bene a salutar quella brava gente, – disse Agnese.
      – E anche a riposare un pochino: ché di questa gerla io comincio ad averne abbastanza; e poi per mangiare un boccone, – disse Perpetua.
      – Con patto di non perder tempo; ché non siamo in viaggio per divertimento, – concluse don Abbondio.
      Furono ricevuti a braccia aperte, e veduti con gran piacere: rammentavano una buona azione. Fate del bene a quanti più potete, dice qui il nostro autore; e vi seguirà tanto più spesso d'incontrar de' visi che vi mettano allegria.
      Agnese, nell'abbracciar la buona donna, diede in un dirotto pianto, che le fu d'un gran sollievo; e rispondeva con singhiozzi alle domande che quella e il marito le facevan di Lucia.
      – Sta meglio di noi, – disse don Abbondio: – è a Milano, fuor de' pericoli, lontana da queste diavolerie.
      – Scappano, eh? il signor curato e la compagnia, – disse il sarto.
      – Sicuro, – risposero a una voce il padrone e la serva.
      – Li compatisco.
      – Siamo incamminati, – disse don Abbondio; – al castello di ***.
      – L'hanno pensata bene: sicuri come in chiesa.
      – E qui, non hanno paura? – disse don Abbondio.
      – Dirò, signor curato: propriamente in ospitazione, come lei sa che si dice, a parlar bene, qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo fuori della loro strada, grazie al cielo.


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I promessi sposi
di Alessandro Manzoni
pagine 798

   





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