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      - I sussulti e le oscillazioni perseveravano. Io agguantai in tempo la lucerna in atto di capovolgersi e la mantenni accesa. La sua luce tremolante illuminava a sprazzi la guancia costernata, il costume in naturalibus e le capriole del Gallenga; laonde più potè in noi questo quadretto fiammingo che la coscienza della sovrastante ruina, e abbiamo riso sino ad averne lo stomaco doloroso. Seguita la calma, l'ex-regicida, ricoricandosi, mormorava fra i denti: - Il malanno e la malapasqua. La stanchezza ci vinse e dormimmo sino all'alba, insensibili a nuove ma più umane scosse.
      All'alba in sella. A ventiquattro guide, comandate da Nullo, fu commessa una ricognizione sul nemico trascinatosi alcune miglia di là.
      - Badate, Garibaldi raccomandò secondo il consueto, di non inoltrarvi troppo.
      Io m'aggiunsi a quello stuolo d'amici, e via.
      Dopo otto miglia eccoci al tu per tu coi posti avanzati delle tre brigate. Erano le cinque ore. Un torrentello separavali da noi. Discernevamo i comignoli delle case e il campanile del villaggio di Soveria situato in una valle oblunga. Sulla sua destra il colle si erge a forma di poggio ove altre case disseminate biancheggiano, e vi scorgemmo squadriglie di cacciatori. A sinistra le sinuosità del terreno si addolciscono, quindi si rizzano in colline a curva. Nel retrocedere per ragguagliarne Garibaldi, mi rivolsi a Nullo con queste parole:
      - Permetti che io vada prima ad intimare la resa al condottiero borbonico?
      La mia proposizione suscitò qualche ilarità negli amici, visto il nostro numero di ventiquattro, e considerato che il generale era lontano cinque o sei miglia e da quindici a trenta l'esercito.


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La camicia rossa
di Alberto Mario
pagine 232

   





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