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      Udivasi poco dopo, che i paesi per dove passavano gli Alemanni, li vedevano e festeggiavano con ogni amichevole maniera, e che il vescovo della città di Aquila, il quale accompagnato da' suoi preti era uscito loro incontro con le croci e le benedizioni, aveva persuaso al maggiore Patrizi, comandante la cittadella, d'introdurvi quetamente il nemico. Fa nel Patrizi viltà e dispregio dell'onore militare, perchè il forte aveva provvisioni da guerra e da bocca in copia, e i Tedeschi mancavano di artiglierie d'assedio per ridurre il sito con la forza. Nè in ciò soltanto si contenevano i moti degli Abbruzzi. Infatti il generale dell'impero, oltre all'attendere a disfare alcune bande di nemici che s'erano messe a contrastargli il passo quando fosse uscito da Aquila, adoperavasi con ardore affinchè i terrazzani si rimuovessero dalla consueta obbedienza verso il governo. Già anzi non solo i Tedeschi, ma alcuni nobili, il clero e i magistrati con servile imitazione incitavano le popolazioni sollevate, romorosamente gridando vivano i Borboni, vivano i nostri liberatori: servi pazzi, sciocchi, ingrati, che schifavano il presente, e non bene prevedevano l'avvenire.
      Giovacchino, che fino a questo punto aveva pareggiate le partite col ferro, fu assalito da repentini timori quando udì che gli Austriaci tenevano pratiche per far levare in armi gli Abbruzzi, e comandò a' suoi di tirarsi indietro da Macerata. Questo era l'errore che aspettava Bianchi. Nè conobbe il re, che quello era per lui il tempo di starsi, non di partire, di vincere o di perire, e che meglio era perdere il trono con la vita, che il trono con la fama.


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-Storia d'Italia continuata da quella del Botta dall'anno 1814 al 1834
Parte prima 1814-22
di Giuseppe Martini
Tipogr. Elvetica Torino
1850-1852 pagine 496

   





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