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      Siccome il malandrin va di sue pioteDell'ergastolo reo verso la stiva,
      Così assaggi costei non minor cote:
      Nudi anch'essa le piante,
      E a mal vïaggio i piè discalzi interri;
      Poscia, a prefissa mèta,
      Le rincari la pietaSovra incude sonante
      D'inesorato punitor martelloUn rozzo fabbro, e polso e piè le ferri
      D'aspra, nocchiuta, ponderosa morsa,
      La qual, senza mercè picchiando, saldiDi gran serqua d'anella ai capisaldi.
      Così concia, e da tarde infami roteTratta Lidia a zimbello,
      Sotto a' crudi nevischi andò de l'Orsa
      All'infando castello,
      Che d'altri eroi con la dogliosa accòltaAl mondo l'ebbe ed all'amor sepolta.
     
      Non io non io le pure auguste membraStrazïate dirò nè il reo flagello,
      Nè come, allor che l'almaDal fral tre volte a tanta ingiuria messo
      Parve la terza vece a spirar presso,
      Rendesser Lidia i rei,
      Fatta simile a salmaPer innumeri solchi sanguinante,
      Alle braccia materne, ultime, sante!
      Pur, che non puote amor di madre! l'ugneE le canne bramose a la diversa
      Crudelissima fiera empì costeiDi cotant'oro, ed ebbe a tante sugne
      Del carcere la toppa unta e cospersa,
      Che non toccolle alzar gli ultimi omèi.
      Tornò Lidia alla luce, od uscì quellaChe di Lidia era larva. Oh a quanta stregua
      Altra dal fiore de l'età primiera!
      Pur, come blanda a seraAncor giova la luce, e ancora abbella
      Le cose incerte, e le certe dilegua,
      Così ancora la dama poverettaDi sè prese un signor gentile e altero,
      Un bennato ed aitante cavaliero:
      Ei delle sue sventure acceso, ed ellaDella pietade ch'e' n'avea concetta;
      E vissero, solinghi,


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L'odissea della donna
di Tullo Massarani
Editore Forzani Roma
1907 pagine 356

   





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