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      Un milione d'uomini, tra morti, feriti e infermi, il commercio, l'industria, l'agricoltura d'Europa gravemente offesi por un decennio, un capitale incalcolabile per sempre perduto o sviato dalle sorgenti di produzione, un patto d'odio e vendetta tra due Nazioni chiamate a un patto di fratellanza e di progresso comune, tutto è opera di un calcolo di egoismo nudrito nella mente d'un solo individuo forte d'un potere usurpato col delitto e codardamente accettato. Non sappiamo - se i popoli vogliono raccogliere l'insegnamento - di condanna più irrevocabilmente severa contro il principio avverso a quello che noi propugniamo.
      Sconfitto dall'esercito Germanico il Francese che volle e non seppe assalire, resosi prigione l'Imperatore e sorto in Parigi, nell'assenza d'ogni potere, un Governo provvisorio che si disse timidamente repubblicano, ma non fu in sostanza che Governo della Difesa, avremmo noi tutti voluto che fosse cessata la guerra. La Germania nol volle e, dobbiamo confessarlo, difficilmente il poteva. Retrocedere, dopo Sedan, mantenendo, come taluni suggerirono, l'occupazione della zona reclamata, era, di fronte agli eserciti che rimanevano, ai dipartimenti meridionali che s'ostinavano a battaglia e a Parigi libera e padrona di dirigere la resistenza, un perpetuare la guerra assumendone tutti gli svantaggi: rivalicare la frontiera senz'altro col solo orgoglio della vittoria, era, come abbiamo detto, un suscitare i giusti risentimenti dell'intera Nazione e rinunziare all'intento d'ogni guerra ch'è d'aver pegni per impedirne il rinnovamento.


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Scritti
Politica ed Economia
di Giuseppe Mazzini
Editore Sonzogno Milano
pagine 1484

   





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