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      Questo è il primo momento in cui ricomincio ad esser mio; onde eccomi subito tutto vostro.
      Che posso io dir mai della bellissima lettera, quanto affettuosa e parziale, con cui cotesto illustre Comune ha voluto così eccessivamente onorarmi indirizzandomi l'elegante traduzione dell'elogio di Omero scritto dal celebre Pope? che mai posso dir io, mio caro signor Martorelli, della strana esaltazione dell'immagine mia collocata al fianco del padre delle Muse? Nella giusta confusione che mi rende muto, non sono capace di pronunciar altro per ora che questa candida verità, cioè di non aver mai per l'addietro così bene scoperta tutta la mia picciolezza, come al presente la scopro negli amorosi sforzi della mia diletta Partenope per farmi grande. A placare i rimorsi della mia, benché involontaria, usurpazione, non v'è per me rimedio valevole fuor di quello di non esaminarne altra circostanza se non se l'amore che l'ha prodotta. Voi, amico impareggiabile, voi che con l'autorità del vostro voto avete tanto conferito a procurarmelo, valetevi, ve ne supplico, delle armi medesime per far comprendere a cotesto benefico Comune che io posso accettar l'amor suo senza del tutto uusurparlo, considerandolo come un generoso contraccambio di quello col quale io, nell'incominciare a far uso della ragione, incominciai, benché a più giusti titoli, a prevenirlo. Avrete assertori di questo vero in tutti coloro che mi hanno sentito finora, e che in avvenire mi sentiranno parlare della mia Napoli. Moltissimi l'han creduta perciò, e la credono mia patria, ed io, con una illusione che tanto mi lusinga, giungo non di raro ad ingannar me medesimo, di sorte che, se mi si chiedesse allora "che mai tant'amo in lei", mi sentirei invaso da quell'istesso patrio entusiasmo che riscaldava il mio Temistocle quando, richiesto dal gran re che mai tanto amasse in Atene, arditamente rispose:


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Lettere
Parte seconda
di Pietro Metastasio
Mondadori Editore Milano
1954 pagine 1264

   





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