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      Et essendo venuto, com'è l'ordine di questo governo, l'avogador a prender il suo essame, ch'era il signor Girolamo Trivisano, oggidí general in Candia, gli disse non aver nemico alcuno, che sapesse; non aver conosciuto alcuno; pregare l'eccelso consiglio de' Dieci che, come egli di cuore perdonava a chi l'aveva offeso, cosí volesse non farne alcuna dimostrazione, se non quanto poteva servire al guardarsi, quando avesse piacciuto a Dio prolongargli ancora la vita. Ben dimostrando in fatti, come cristiano e figliuolo del celeste Padre, l'ubidienza debita al santo Evangelio, e come filosofo aver diradicato dall'anima ogni spirito di vendetta ch'è una sorte di selvaggia giustizia, ma profondamente inserta della natura. Ma non fu atto singolare di questa offesa, ma servato inanti e dopo in tutta la sua vita, di non procurare giamai vendetta in cosí gravi offese che gl'avvennero. Et il piú che mai si sia sentito uscire da quella benedetta bocca, in caso d'ingiurie e torti, anco atrocissimi, di parole, scritture o fatti, era con un volto sereno: "Videat dominus et requirat". Seppe il suo caso il general Filippo alessandrino la seguente mattina in Treviso, e venne in diligenza a visitarlo, essendo stati amici intrinsechi, che udendo onde veniva il fatto, restò attonito, e con fra Fulgenzio, con cui aveva communicate le sue commissioni, non sapeva piú formar parola.
      Alla sua cura, seguendo l'antico instituto di fuggire ogni ostentazione e parere nell'infermità, se pure si debba ammettere non piú d'uno, voleva ch'il solo signor Alvise Ragoza, giovane, ma molto discreto e nella chirurgia di mano placida e legatura non grave, gl'attendesse.


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Vita del padre Paolo
di Fulgenzio Micanzio
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