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      Il pensiero, che bisognava rompere ogni ceppo lo ossessionò. Passò tra gli anarchici estremi e fu estremo tra di loro. Non condivideva le idee dei più. Essi volevano propagandarle colla parola, colla stampa, coi giornali. Egli non trovava questi mezzi sufficienti; voleva che si passasse alle vie di fatto, alle bombe, al pugnale, alla rivoluzione. Bisognava spazzare chi la pensava diversamente; mettere rapida fine all'attuale società, imporre alle masse neghittose e vili, la libertà. Che importa se in tal modo sarebbe scorso sangue? I veramente grandi non hanno mai indietreggiato avanti al sangue e sacrificato tutto e tutti alle loro opinioni. Che importa se molti sarebbero morti? La morte genera la vita. Che importa se in tal modo avrebbe dovuto imporre le proprie vedute a chi non la pensava come lui? Chi non la pensava a modo suo non era degno di vivere; era un microbo dannoso alla società e doveva venire perciò soppresso. Parlò ed agitò in questo senso, ma non venne compreso che da pochi. I più erano anarchici per sport o magari per convinzione, ma non ritenevano venuto ancora il momento opportuno. L'anarchia si era legata al carro della massoneria e doveva seguire perciò ciecamente il verde vessillo. E la massoneria, guidata essa pure dall'alta finanza internazionale giudaica, non riteneva opportuno di procedere. Sarebbe stata la sua rovina. Un po' di anarchismo stava bene per tener domi i capi dello stato, per incutere un po' di spavento alle autorità; ma ne quid nimis.
      Giovanni Giunti non trovò ascolto; ma non venne neppur espulso dal partito.


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I sogni dell'anarchico
di Ugo Mioni
Libreria Artiginelli Milano
1922 pagine 134

   





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