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      Le vittime necessarie pel servizio divino si procacciavano col mezzo delle multe processuali, poichè colui, il quale soccombeva in un processo regolare, pagava allo stato una multa in bestiame (sacramentum) in proporzione all'oggetto contestato. Non è fatta menzione di doni prestabiliti che i cittadini dovessero al re. Ma pare che i non cittadini domiciliati in Roma (erarii) gli offrissero un tributo di protezione. Erano poi di ragione del re i dazi dei porti, le rendite dei demani, particolarmente la gabella dei pascoli (scriptura) pel bestiame che andava a pascolare sui terreni del comune, e la quota di frutti (victigalia) che gli appaltatori dei beni dello stato dovevano pagare invece di un prezzo d'appalto. A questo si aggiungeva il prodotto delle multe in bestiame, e le confische, nonchè il bottino fatto in guerra. In caso di necessità, finalmente, si metteva una imposizione (tributum), che era però considerata come un prestito forzato e che si restituiva in tempi migliori; nè ci è dato di precisare se il tributo colpisse tutti i domiciliati, fossero o no cittadini, o soltanto cittadini, come pare più verosimile.
      Il re amministrava le finanze, ma i beni del pubblico non si confondevano con la sostanza privata del re che, a giudicare dalle notizie sulla vastità dei possessi dell'ultima dinastia de' Tarquinii, dev'esser stata sempre ragguardevole, e particolarmente i terreni acquistati colle armi. Non risulta precisamente se, e fino a qual grado, il re fosse vincolato dalle consuetudini nell'amministrare i beni pubblici; ma lo stato delle finanze repubblicane ci prova che i cittadini non devono mai essere stati chiamati a pagare le imposte; mentre invece deve esservi stato l'uso di interrogare il senato prima d'imporre un tributo e prima di procedere alla divisione del terreno aratorio guadagnato in guerra.


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Storia di Roma
1. Dalla preistoria alla cacciata dei re da Roma
di Theodor Mommsen
Stampa Aequa Roma
1938 pagine 327

   





Roma Tarquinii