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      Non erano validi i matrimoni contratti tra individui appartenenti a confederazioni diverse, e nessuno poteva avere stabile domicilio in più d'una delle medesime.
      Tutti gl'impiegati regi e i loro figli dovettero, pena la vita, abbandonare il paese e recarsi in Italia; i Romani temevano ancora, e con ragione, un risveglio dell'antico legittimismo macedonico.
      Il diritto nazionale e la costituzione furono conservati; come era naturale, i magistrati furono nominati per mezzo delle elezioni comunali, e, tanto nei comuni come nelle confederazioni, il potere fu affidato ai notabili.
      I dominii regi e le regalie non furono lasciate alle confederazioni e fu loro vietato particolarmente di sfruttare le miniere d'oro e d'argento, ricchezza principale del paese. Più tardi però (596=158) fu permesso riprendere il lavoro nelle miniere d'argento(16). Fu vietata l'importazione del sale e l'esportazione del legname da costruzione navale. L'imposta fondiaria che sino allora s'era pagata al re, fu soppressa e lasciata libertà alle confederazioni ed ai comuni d'imporre quelle tasse che meglio volessero, coll'obbligo però di versare nelle casse di Roma, ogni anno, la metà della cessata imposta fondiaria, calcolata una volta per sempre nella complessiva somma di cento talenti (L. 637.500)(17).
      Il paese fu sempre disarmato; la fortezza di Demetriade fu rasa al suolo; fu conservata soltanto, verso il confine settentrionale, una serie di posti militari contro le incursioni dei barbari. Delle armi consegnate si mandarono a Roma gli scudi di rame; il rimanente fu bruciato.


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Storia di Roma
4. Dalla sottomissione di Cartagine a quella della Grecia
di Theodor Mommsen
Stampa Aequa Roma
1938 pagine 343

   





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