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      Questa ingerenza del popolo nel governo e nel comando era pericolosissima; però molto più pericolosa era l'ingerenza della borghesia negli affari finanziari della repubblica, non solo perchè qualsiasi attacco fatto al più antico ed al più importante diritto del governo - l'esclusiva amministrazione della sostanza pubblica - era un colpo portato al fondamento del potere del senato, ma perchè il sottomettere alle assemblee popolari gli affari più importanti che a quell'amministrazione andavano uniti, cioè la distribuzione dei beni pubblici, doveva necessariamente scavare la tomba alla repubblica.
      Permettere all'assemblea di disporre della finanza pubblica senza limiti a vantaggio della propria borsa era non solo un nonsenso, ma il principio della rovina. Ciò demoralizzava i migliori cittadini ed assegnava al proponente un potere che non si poteva accordare con nessun libero reggimento repubblicano.
      Per salutare che fosse la distribuzione dei terreni pubblici, e per quanto il senato meritasse un doppio biasimo per aver tralasciato d'impedire il più pericoloso fra tutti i mezzi d'agitazione, procedendo spontaneamente alla distribuzione dei terreni occupati, si deve però osservare, che Gaio Flaminio, nel 522=232 rivolgendosi colla proposta della distribuzione dei beni pubblici del Piceno alla borghesia, ha con questo mezzo arrecato senza dubbio alla repubblica più danno di quello che lo scopo propostosi le giovasse.
      Spurio Cassio aveva bensì fatto una simile proposta duecentocinquant'anni prima, ma per quanto le due proposte si accordassero esattamente nella lettera, differivano però interamente l'una dall'altra nello spirito; mentre Cassio portava un affare comunale dinanzi al comune ristretto ancora nel cerchio della propria attività, Flaminio presentava all'assemblea popolare di un vasto stato una questione di stato.


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Storia di Roma
4. Dalla sottomissione di Cartagine a quella della Grecia
di Theodor Mommsen
Stampa Aequa Roma
1938 pagine 343

   





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