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      Già negli anni dal 551 al 554=203-200, e, come sembra, all'origine per disposizione di Scipione, fu per cura della repubblica venduto ai cittadini di Roma il frumento spagnuolo e africano in ragione di ventiquattro e persino di dodici assi (circa L. 3 e L. 1,50) allo staio prussiano (circa 54 litri o sei moggi). Alcuni anni dopo (558=196) si distribuirono nella capitale, a quest'ultimo vilissimo prezzo, oltre 160.000 staia prussiane (circa 86.400 ettolitri) di grano siciliano.
      Invano Catone inveiva contro questa poco accorta politica, in cui s'immischiava l'incipiente demagogia; e queste straordinarie, ma probabilmente frequenti distribuzioni di grano al di sotto del prezzo del mercato a mezzo del governo, o di singoli magistrati, furono il germe delle leggi sui cereali che comparvero più tardi.
      Ma quando pure questo grano d'oltremare non pervenisse ai consumatori in questo modo straordinario, esso esercitava però una grande influenza sull'agricoltura italica.
      Le grosse partite di grano, che il governo smerciava agli appaltatori delle decime, erano non solo cedute a così basso prezzo, che essi, rivendendole, le potevano dare un prezzo minore di quello della produzione, ma era probabilmente nelle province, e particolarmente in Sicilia, sia per le felici condizioni del suolo, sia per le estesissime tenute condotte secondo il sistema cartaginese colle braccia degli schiavi, in generale ragguardevolmente più basso che in Italia; la spesa di trasporto del frumento siciliano e sardo nel Lazio era poi per lo meno tanto economica, se non più, quanto quella del trasporto dall'Etruria, dalla Campania e dall'Italia settentrionale.


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Storia di Roma
4. Dalla sottomissione di Cartagine a quella della Grecia
di Theodor Mommsen
Stampa Aequa Roma
1938 pagine 343

   





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