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      A queste circostanze si deve aggiungere, nell'agricoltura dei Romani, la trascuratezza della coltivazione del frumento, che in molti luoghi sembra si limitasse alla quantità necessaria pel mantenimento del personale addetto al lavoro delle terre(39), e la maggior cura prestata alla produzione dell'olio e del vino, come pure l'allevamento del bestiame.
      Tenuto conto delle favorevoli condizioni del clima d'Italia, questi prodotti non avevano da temere la concorrenza straniera; il vino, l'olio e la lana d'Italia s'imponevano per bontà non solo nei mercati interni, ma comparvero ben presto anche negli esteri; la valle del Po, che non trovava consumatori pel suo frumento, provvedeva mezza Italia di maiali e di prosciutto.
      E con ciò collima quanto ci viene narrato dei risultati economici dell'agricoltura romana.
      Vi è qualche fondamento per ritenere che un capitale investito nell'acquisto di beni stabili all'interesse del 6%, fosse bene impiegato; ciò che sembra in armonia colla doppia rendita adeguata ai capitali che allora era in uso. L'allevamento del bestiame era più redditizio dell'agricoltura; in questa prevaleva la rendita della vigna; veniva poi l'orto coi legumi e l'ulivo, ultimi erano il prato ed il campo arativo(40). Si permetteva, com'è naturale, che nell'esercizio di ciascun sistema di economia si procedesse secondo le condizioni che convenivano, e conformemente alla natura del suolo.
      Queste condizioni bastavano per sè sole a sostituire a poco a poco, dappertutto, le piccole proprietà con le grandi; ed opporvisi legalmente era cosa difficile.


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Storia di Roma
4. Dalla sottomissione di Cartagine a quella della Grecia
di Theodor Mommsen
Stampa Aequa Roma
1938 pagine 343

   





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