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      Si sente che Euripide voleva svincolarsi da questi ceppi; egli discese a cercar materia di drammi fino all'epoca semistorica e i suoi cori erano così poco legati con l'azione, che nelle rappresentazioni posteriori si omettevano senza danno dell'azione.
      Ma con tutto ciò egli non ha saputo portare i suoi personaggi interamente sul terreno della realtà, nè ha osato abbandonare del tutto il coro.
      Egli è sempre, e in ogni parte, la piena espressione di un'età, in cui, da un lato si compiva il più grandioso movimento storico e filosofico, e dall'altro incominciava a intorbidarsi la fonte originaria di ogni poesia, la purezza e schiettezza della vita nazionale.
      Se la rispettosa pietà dei tragici antichi sparge sulle loro creazioni quasi il riflesso del cielo, se i limiti dell'augusto orizzonte dei primitivi poeti ellenici par che eserciti la sua potenza pacificatrice anche sull'uditore, il mondo di Euripide ci appare nella torbida luce della speculazione quasi privo di divinità e penetrato dell'acre elemento di riflessione, attraverso il quale, come baleni tra dense nubi, corrono cupe passioni.
      L'antica profonda fede intima nel destino era scomparsa: il fato impera come un'esterna forza dispotica, e gli schiavi ne trascinano fremendo le catene; questa miscredenza, che è la fede senza speranza, parla in questo poeta con forza demoniaca. Da ciò l'impossibilità, per Euripide, di arrivare mai ad una plastica concezione e mai ad un vero effetto poetico; da ciò la sua quasi indifferenza nella composizione delle tragedie, che non di rado scriveva a vanvera non curandosi di trovare il fondamento, il nodo centrale sia di tutta l'azione, sia dei caratteri.


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Storia di Roma
4. Dalla sottomissione di Cartagine a quella della Grecia
di Theodor Mommsen
Stampa Aequa Roma
1938 pagine 343

   





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