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      Il suo più efficace strumento era la tragedia. I frammenti che ci pervennero delle sue composizioni tragiche provano com'egli conoscesse assai bene tutto il repertorio dei Greci, e, particolarmente, quello d'Eschilo e di Sofocle, e non è quindi per caso ch'egli modellò su Euripide la massima parte delle sue opere, e, fra queste, quelle che ebbero maggiore celebrità.
      Nella scelta e nella composizione egli doveva, alle volte, lasciarsi indubbiamente guidare da considerazioni accidentali ed esterne; ma ciò non basta a spiegare come Ennio abbia accentuato il carattere di Euripide, come abbia trascurato i cori ancor più che il suo modello, come abbia cercato di produrre un effetto sensuale più forte che non facesse il greco, come abbia preso a trattare soggetti della natura di quelli di Tieste e di Telefo così ben noto nell'immortale scherno di Aristofane e le loro miserie principesche e persino un argomento come «Menalippe, la filosofessa» in cui tutta l'azione s'aggira sull'assurdità della religione nazionale e in cui la tendenza a combatterla dal punto di vista filosofico-naturale apparisce chiaramente.
      Le più pungenti diatribe, alcune delle quali aggiunte da lui(78) spesseggiano ovunque, lanciate contro la fede nel soprannaturale, tanto che non si sa come spiegare la tolleranza della censura teatrale romana che, per esempio, lasciò passare versi del seguente significato: «Io già dissi, e dico ancora che, senza dubbio, vi sono Dei in cielo, ma essi non si dànno pensiero del genere umano; perchè altrimenti i buoni sarebbero premiati, i cattivi puniti; ma così non è».


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Storia di Roma
4. Dalla sottomissione di Cartagine a quella della Grecia
di Theodor Mommsen
Stampa Aequa Roma
1938 pagine 343

   





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