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      Il pensiero che, davanti allo spettacolo della rotta compagine dell'esercito, dopo una sola giornata di battaglia perduta, tutti avevano avuto della necessità di una solida educazione del nostro soldato per farne un combattente a tutta prova, era dimenticato; e l'idea che, messo alla testa dell'esercito un buon capo, la vittoria sarebbe stata immancabile, divenne quasi generale.
      A quest'idea bizzarra il re medesimo, cui rodeva l'animo essere divenuto il capro espiatorio pur degli errori e delle colpe altrui, finì per arrendersi, e il governo si diede alla questua, fra gli uomini d'arme d'Europa, di un condottiero per una nuova guerra contro l'Austria.
      Era confessare davanti al mondo e, ciò che è peggio, davanti al nemico, la propria impotenza, nel momento medesimo in cui nei giornali e nei circoli si proclamava la necessità di una guerra a tutt'oltranza per cacciare di là dalle Alpi fin l'ultimo soldato dell'Austria.
      Una guerra d'indipendenza un popolo non deve intraprenderla se non quando, insieme alla coscienza del suo diritto, ha pur quella della sua forza; se non quando il vincere o morire è divenuto fermo proposito di tutte le classi, dell'esercito e del paese; se non quando le buone armi, il numero e il valore dei soldati e l'intelligenza dei capi formano un tutto organico, che dà la sicurezza della vittoria. A queste sole condizioni una guerra, che è sempre calamitosa, anche quando è legittima, può essere giustificata. Ma volerla intraprendere quando manca pur una sola di queste condizioni, è un delitto non soltanto contro l'umanità, ma anche contro la patria.


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Le guerre le insurrezioni e la pace nel secolo decimo nono
Volume secondo
di Ernesto Teodoro Moneta
Tipografia Popolare Milano
1904 pagine 328

   





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