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      Ma non era perciò necessario di negare ciò che aveva fatto, per la causa d'Italia, la democrazia francese, la quale, ben prima di Napoleone III, era stata sostenitrice del diritto d'Italia, come di tutte le nazionalità oppresse, alla indipendenza. E per questo, quando vide l'uomo del Due Dicembre mettersi alla testa di una guerra all'Austria per la liberazione d'Italia, parve assolverlo persino del delitto che lo aveva portato al trono, per non più vedere in lui che il difensore d'una grande causa, ad essa democrazia carissima.
      Questo travisamento della storia contemporanea devesi a quei timidi amici della libertà e a quei dottrinari conservatori, che vedevano in Napoleone III la più valida garanzia contro l'estendersi dello spirito democratico in Francia e in Italia, e dopo la sua caduta paventavano non lontana una rivoluzione repubblicana in Italia, aiutata dalla Francia.
      Quando furono persuasi che la Francia non intendeva, come dell'anticlericalismo aveva detto Gambetta, di fare delle idee repubblicane una merce di esportazione, e videro i governi della Repubblica tutti fedeli a cotesto proposito, allora si sentirono rassicurati, e la stupida leggenda che aveva fatto di Napoleone l'unico amico che l'Italia avesse avuto in Francia dopo il 1848, non ebbe più corso nei nostri circoli politici e nelle nostre scuole.
      Ciò spiega il vivo compiacimento di tutti gli italiani per la rinnovata e rinsaldata amicizia colla Francia, e le entusiastiche acclamazioni che salutarono dovunque, nel suo viaggio in Italia, il presidente della Repubblica Francese Emilio Loubet.


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Le guerre le insurrezioni e la pace nel secolo decimo nono
Volume secondo
di Ernesto Teodoro Moneta
Tipografia Popolare Milano
1904 pagine 328

   





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