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      . Non lo avventurò tuttavia quello sguardo cosí alla sprovveduta. La volontà era padrona in lui e aveva a lato la ragione; la passione, potente e tiranna nel primo comando, aveva il buon senso di confessarsi cieca nel resto, e di fidarsi pei mezzi a quelle oculate operatrici. Clara era divota; non bisognava spaventarla. Essa era figlia di conti e di contesse; non conveniva frugare nell'animo suo prima di averlo sbrattato d'ogni superbia gentilizia. Per questo Lucilio ristette su quel primo trionfo, come Fabio temporeggiatore, fors'anco, veggente come era fino al fondo delle cose umane, godette soffermarsi in quella prima ed incantevole posa dell'amore che si scopre corrisposto. Cionnonostante quando, venendo egli talvolta da Fossalta colla comitiva di Fratta che retrocedeva dal solito passeggio, incontravano la Clara a mezza la via, egli impallidiva lievemente nelle guance. Non di rado anche avveniva che il Partistagno fosse con lei, superbo di quell'onore; e nell'abboccarsi colla brigata egli non mancava di volgere sul dottorino di Fossalta uno sguardo quasi di altero disprezzo. Lucilio sosteneva quello sguardo, come sosteneva le burle dei ragazzi, con una indifferenza piú superba e sprezzante a tre doppi. Ma l'indifferenza campeggiava sul volto; l'inno della vittoria gli cantava nel cuore. La fronte di Clara, immalinconita dalle sincere ma rozze galanterie del giovine castellano, s'irradiava d'uno splendore di contentezza quando vedeva da lungi la grave ed ideale figura del figliuolo adottivo della nonna.


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Le confessioni d'un Italiano
di Ippolito Nievo
Einaudi
1964 pagine 1253

   





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