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      - sclamò egli con poco gradevole sorpresa - e a chi appartieni tu, nel castello?
      - Oh bella! a nessuno appartengo! Sono Carlino, quello che mena lo spiedo e va a scuola dal Piovano.
      - Manco male; se la è cosí, salta, ti dico; il cavallo è forte e non se ne accorgerà.
      Un po' tremando un po' confortandomi io mi arrampicai fin sul dorso della bestia e colui mi aiutava con una mano, dicendo che non avessi timor di cadere. Là in quei paesi si nasce, quasi, a cavallo e ad ogni ragazzotto si dice: - monta su quel puledro! - come gli si dicesse: va' a cavalcione di quella stanga. Or dunque acconciato che mi fui, si diede giù in un galoppo sfrenato che per quella strada aveva tutti i pericoli d'un continuo precipizio. Io mi teneva con ambe le mani al petto del cavaliero e sentiva i peli d'una barba lunghissima che mi soffregavano le dita.
      Che fosse il diavolo? - pensai. - Potrebbe anche darsi!
      E feci un rapido esame di coscienza dal quale mi parve rilevare che io avea peccati oltre al bisogno per dargli ogni diritto di condurmi a casa sua. Ma mi risovvenne in buon punto che il cavallo s'era impaurito della mia ombra, e siccome i cavalli del diavolo, secondo me, non dovevano avere le debolezze dei nostri, cosí mi diedi un po' di pace da questo lato. Se non era il diavolo poteva peraltro essere un suo luogotenente, come un ladro, un assassino, che so io? - Nessuna paura per questo: io non aveva denari e mi sentiva l'uomo meglio armato contro ogni ladreria. Cosí, dopo aver pensato a quello che non era, mi volsi a sindacare quello che poteva essere il mio notturno protettore.


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Le confessioni d'un Italiano
di Ippolito Nievo
Einaudi
1964 pagine 1253

   





Carlino Piovano