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      Piangeva, si stracciava i capelli, ma non voleva confessarsi d'una sillaba. Un poco sdegnato un po' impietosito io mi ritirai nella mia stanza, ma non mi venne fatto di pormi a giacere, e una tormentosa fantasticaggine mi tenne alzato fin dopo mezzanotte. Allora sentii picchiare alla mia camera e credendo che fossero ordini del mio capitano dissi stizzosamente che entrassero. La camera dava sulla scala e m'avea dimenticato di dare il chiavistello alla porta. Con mia somma meraviglia, invece d'un soldato rividi Spiro: ma cosí cambiato in un paio d'ore, che non mi sembrava piú lui. Mi pregò umilmente di perdonargli le furibonde escandescenze di prima; e mi supplicò per quanto avevo di piú sacro che mi adoperassi presso alla Aglaura per ottenergli del pari il perdono. Davvero ch'io ci perdeva la testa, ed egli finí di farmela perdere, gridando cogli occhi sbarrati che egli l'amava e che non poteva piú trattenersi.
      - L'amate? - gli risposi io - ma mi pare che siate perfettamente in regola! Non siete dello stesso sangue, figliuoli degli stessi genitori?... Amatevi dunque, che Dio vi benedica!
      - Non mi comprendete, Carlo - soggiunse Spiro. - Or bene, mi comprenderete ora! Aglaura non è mia sorella; essa è figliuola di vostra madre; voi siete suo fratello!...
      Allora un lampo subitaneo rischiarò il buio dei miei pensieri, ma stava appunto per domandar spiegazioni di questo straordinario viluppo quando l'Aglaura, avendo udito quelle parole pronunciate a voce alta da Spiro, si precipitò nella stanza e addirittura nelle mie braccia, piangendo di consolazione.


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Le confessioni d'un Italiano
di Ippolito Nievo
Einaudi
1964 pagine 1253

   





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