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      - Come ti pare che vada il nostro malato? - le domandò.
      - Io spero che andrà bene - rispose ella con uno sforzo supremo. Ma non poté resistere piú a lungo. E fuggí ancora e corse a rinchiudersi nella sua stanza prima che l'Aquilina avesse neppur tempo di avvertire il suo turbamento. Allora compresi un'altra volta tutta la forza e la nobiltà di quell'anima, e dalla sua camera ch'era all'altro capo della casa mi pareva udire il suo pianto i suoi singhiozzi, ognuno dei quali mi dava nel petto un colpo crudele. Per tutto quel giorno non pensai alla mia vista; e coloro che si occupavano di essa mi davan stizza e fastidio. Si trattava ben d'altro che di due stupidi occhi!...
      Lucilio veniva sovente a visitarmi, ma di rado potevamo trovarci soli; pareva anzi ch'egli sfuggisse le mie confidenze. Nulla ostante io lo chiedeva spesso della salute della Pisana e se la lusinga di tornare a Venezia avesse operato quel buono effetto che si sperava. Il dottore rispondeva con mezzi termini senza dire né sí né no; ella poi, se anche entrava nella mia stanza, non apriva bocca quasi mai; io me ne accorgeva dal minor chiasso che facevano i miei figliuoli, certo perché la sua mestizia imponeva rispetto. Quando Lucilio mi portò il passaporto ottenuto per mezzo dell'Ambasceria austriaca, le domandai se quel nostro divisamento le piaceva.
      - Oh la mia Venezia! - rispose - mi domandate se la vedrei volentieri!... Dopo il paradiso l'è il mio solo desiderio.
      - Or bene - soggiunsi - quand'è, dottore, che mi permetterete di aprir la finestra, di buttar via queste bende, e d'andarmene?


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Le confessioni d'un Italiano
di Ippolito Nievo
Einaudi
1964 pagine 1253

   





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