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      La nostra barca con trecento antenne Ŕ invasata da trecento furie, e facendosi all'uscio comincia a gridare: "Possano le penne della gallina mia nascere in faccia di chi la rub˛! Altro non gli lasci Dio nella casa che la povera gallina mia! Io me l'avea cresciuta come una figlia con le molliche del pane, ed ella mi venia appresso come una cristiana. Mille sventure colgano chi mi tolse gli alimenti dalla bocca! Io ne cangiava le uova alla taverna or con olio, ed ora con sale, ed ero ricca. Si chiuda, come il baco nel bozzolo, chi chiuse in sua casa la gallina mia! O male vicine, datele la libertÓ. Dio sterri la famiglia, che ha rubato la gallina mia: non ci resti altro di vivo che una gatta nera che gridi Mia˙. Possano nell'impeto del dolore raschiarsi il volto con lo scardasso! Possano dibattersi come trote inebbriate dal tasso, come fanno ch'io ora mi dibatta, e vada su e gi˙. O male vicine, liberate la mia gallina". Ponete in versi questi lamenti, non inventati certo da noi, ma presi dal vero, ma uditi mille volte, e farete una poesia che manca a Teocrito, a Virgilio ed a Gessner. La poesia Ŕ sorella della miseria, ed entrambe si trovano nel nostro popolo. Bisogna che l'una resti, e l'altra sparisca.
      6 luglio 1864.
     
     
     
      V. - SCUOLE RURALI E MACHINE
     
      Tra i nostri proverbi calabresi ne abbiamo uno, che comprende in sÚ un intero trattato di economia politica. Esso dice: Il giudizio Ŕ dell'uomo, perchÚ la fatica Ŕ dell'asino, e con ci˛ vuol darci ad intendere che il lavoro conveniente a colui, che fu creato ad immagine di Dio, sia quello dell'intelletto, e non giÓ del corpo.


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Persone in Calabria
di Vincenzo Padula
Parenti Editore Firenze
1950 pagine 319

   





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