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      Grandi ne furono i fallimenti; i capitali sparvero; il commercio si estinse.
      Ben cercò il parlamento nel 1515 di portare alcun rimedio alla povertà, cui il regno era ridotto. Erasi allora nell’errore (e volesse il cielo che non lo si fosse da molti anche a dì nostri) di credere che la scarsezza del danaro in circolazione, anzi che l’effetto, sia la causa della povertà delle nazioni; e che per lo commercio entri o venga fuori danaro: «Lo regno» dicea il parlamento «a molto exausto di moniti, et quasi si pò diri annichilato, tanto per la perdita di li falsi moniti, in che il regno, come e dicto, perdio circa seicento milia fiorini; quanto per haviri mancato di multi tempi inza la extractioni di vittuvagli, da undi sulia entrari monita in lo regno; quanto per roptura di banchi, et magaseneri; quanto ancora per la continua extractioni di li moniti, et per li cosi di vostra altezza et per mercanti, maxime cathalani, et per li prelati, quali stanno fora del regno.» E però richiese che si desse opera a far coniare nuova moneta (564). Ma come godea allora Messina il privilegio di non essere altra zecca altrove, il parlamento, per facilitare la fabbricazione delle monete, chiese, che per alcun tempo si stabilisse un’altra zecca in Palermo. Ma il re, per non ledere il privilegio di Messina, stabilì, che in quella circostanza la nuova zecca si stabilisse in Termini, e vi fossero impiegati gli officiali della zecca di Messina (565).
      Per acquistar poi l’oro e l’argento necessario per esser coniato, chiese il parlamento, e ’l re accordollo, il presto di mille ducati, per pagarsene le spese del conio a que’ mercanti, che fossero per portare argento od oro, i quali incoraggiati da ciò in maggior copia ne avrebbero portato (566); e che il governo impiegasse cinque mila ducati l’anno in compra d’argento ed oro, e lo facesse coniare.


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Somma della storia di Sicilia
di Niccolò Palmeri
Editore Meli Palermo
1856 pagine 1468

   





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