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      Ma tua incorante voce or mi solleva:
      Nulla sperar dovrei, ma poichè m'ami,
      Un don ti chieggo ancor - ch'io ti rïami!
     
      E poi prendea fiducia, e proseguìaA lui tutti schiudendo i miei desiri:
      Lo supplicava per la madre miaChe sparso avea per me tanti sospiri!
      Pel dolce padre calde preci offrìa!
      Per tutti quegli amati onde i martìriM'eran del martìr mio più dolorosi,
      E ch'io tanto di me sapea bramosi!
     
      Del Moravo castello umil tempio,
      Quante grazie ti debbo soavi!
      Il mio spirto pöetico alzaviDai terreni, opprimenti dolor.
      Io sentiva entro te que' dolori,
      Ma diversi, ma misti a contento:
      Io chiedea raddoppiato tormento,
      Purchè Dio m'addoppiasse l'amor.
     
      Io il disprezzo acquistava de' ferri,
      Ma non più quel disprezzo superboChe del vinto fa l'animo acerbo
      Contro quei che nel lutto il gettàr.
      Io sperava, io credea che i vincentiM'assegnasser destin sì tremendo,
      Non vil odio, ma sol rivolgendoDi giustizia rigor salutar.
     
      Io dicea che se in pugno tenutoUno scettro in que' giorni avess'io,
      Gli avversanti dell'animo mioCon isdegno atterrati avrei pur:
      E scernea che son fremiti ingiustiQue' dell'uom che da forti domato,
      Non ripensa ch'ei forza ha sfidato,
      Che d'un dritto essi i vindici fur.
     
      Compiangea il fato mio, ma pensandoQual dover mosse i giudici miei:
      Ma pensando che in ciel li vedreiS'io perdon ritrovava al fallir.
      E di grazia per me sospiroso,
      Supplicava ogni grazia per essi,
      Presentendo i reciproci amplessiLà dov'ira non puossi nodrir.
     
      Della chiesuola de' prigioni uscito,
      Io ritornava entro mia mesta cellaCol sen da mille affetti intenerito,


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Poesie inedite
di Silvio Pellico
Tipografia Chirio e Mina Torino
1837 pagine 291

   





Moravo Dio