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      Furente calar.
     
      Qual possa di braccioAvria soffermato
      Chi tanto al suo ferroGià, avea soggiogato?
      Qual gente dal Tevere
      Incontro gli vien?
      Un duce canuto,
      Magnanimo, forte,
      Non forte di schiereDatrici di morte;
      La sola sua fedeIl guïda, il sostien.
     
      Quel duce vestivaD'Apostolo il manto;
      Portava in sue maniIl Re sempre Santo;
      E folto seguialoPregante drappel.
      Ed Attila, feroFlagello di Dio,
      Innanzi agl'inermiTremò, impallidìo,
      E disse: "Non voglioPugnar contro il Ciel!
     
      Perchè retrocesseCon tanto spavento?
      Vid'ei nelle nubiUn vero portento,
      O tutto il prodigioOproglisi in cor?
      Dicevano gli Unni
      Con rabida voce:
      Per quale incantesmoCi vinse la Croce?
      Ed Attila urlava:
      Fuggiamo il Signor!
     
     
      Ah! dolce siami ricordarmi ancoraProcessïoni d'altri cuori amanti,
      Volte a far sì ch'uom santamente mora;
     
      Allorquando a' fratelli dolorantiSovra il letto di morte vien portato
      Quel Dio che si commove a' nostri pianti.
     
      Brama la Chiesa intorno a sè adunatoStuolo di figli allora, ed indulgenza
      Materna a chi v'accorra ha pronunciato.
     
      Per le vie con sollecita frequenzaSuona la nota squilla annunziatrice
      Di quel mister d'amore e sapienza.
     
      E già la donnicciuola, osservatriceDe' pii dettami, il suo lavor sospende,
      E prega per l'incognito infelice,
     
      E lascia l'officina, e il passo tendeCon altri umili artieri al loco santo,
      E il cereo appo l'altar ciascuno accende.
     
      Ivi ad artieri e a donnicciuole accantoS'inginocchiano tai, che più cortese
      Hanno il contegno e le sembianze e il manto.
     
      Il vario grado qui sparisce; inteseTutte quell'almo al Re del Ciel si stanno


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Poesie inedite
di Silvio Pellico
Tipografia Chirio e Mina Torino
1837 pagine 291

   





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