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      La parola però passò nella formola officiale pronunciata dal re. Il barone Ricasoli se ne dolse con S. M., la quale lo rinviò al suo ministro. Il conte di Cavour calmò gli allarmi del barone, dicendogli: "Teniamo conto dei fatti e non cavilliamo sulle parole."
      Ricasoli ritornò in Toscana come governatore generale, mentre che il principe di Carignano vi andava in qualità di luogotenente del re.
      L'amministrazione di Ricasoli, durante questi due anni, l'è una lamina di ferro forgiata senza giunture. Nulla lo scuote, nulla l'adombra e lo atterrisce. Il popolo comincia dal trovare che questa guerra, cui il barone Ricasoli fa alla stampa, alla parola, alle persone che non professano le sue opinioni, al voto degli elettori, alla guardia nazionale, che questa guerra è fuori tempo, fuori luogo, fuori di occasione. Ma quando il popolo vede quest'uomo, che non si commove di nulla, che brava tutto e tutti, che lavora dalle sei del mattino fino ad un'ora dopo la mezzanotte, che non tocca un quattrino di onorario, anzi versa del suo nel tesoro, che non ha altre ambizioni che il trionfo di una grande causa, che sacrifica senza muovere palpebra questa nobile Toscana, di cui egli comprende meglio che ogni altro lo splendore tradizionale; quando egli vede quest'uomo corazzato di una fede di acciaio.... la confidenza nasce in tutti i cuori. Ognuno si riposa sull'abilità, sulla magnanimità di questa terribile sentinella, e la si lascia fare. Ed affè di Dio! Ricasoli non si addormì giammai.
      Al Guerrazzi, bella gloria di Toscana, ed orgoglio delle lettere italiane, è interdetto di passar la frontiera.


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I moribondi di Palazzo Carignano
di Ferdinando Petruccelli della Gattina
Editore Perelli Milano
1862 pagine 170

   





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