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      Poi, nell'esilio, ove si urtò a tutte le prove, a tutti i movimenti dei partiti. Sirtori morse a tutte le miserie, a tutti i dolori, ai più fulminanti disinganni, e fortificò la sua anima di gravi studi militari. La sua vita è piena. Egli l'ha conquistata passo a passo, ora ad ora; severo fino all'orgoglio, degno puritano, disdegnoso. Egli non ha inclinata la sua testa che innanzi di due uomini - Garibaldi ed il conte di Cavour! Il suo difetto è l'eccesso di coraggio. Nella mischia il sangue gli sale al cervello ed oblia che è generale. Sirtori non ha parlato in Parlamento che una volta sola, ed il suo ex-abrupto fu un colpo di fulmine. Ogni parola ferì come un pugnale. Egli lo lamentò di poi. Sirtori non ha finita la sua missione. Su quella figura il destino ha impresso un misterioso che colpisce l'osservatore ed il superstizioso.
      Ma parlando di misteriosi, il nome di Zuppetta si trova sotto la mia penna. Zuppetta è uno di quegli esseri terribili che la rivoluzione fa giganti, la pace divora. Zuppetta è comparso due volte appena all'Assemblea. La prima volta Garibaldi ve lo portò nelle pieghe del suo plaid, al momento della prima sua entrata. Zuppetta non pronunziò che una sola parola, una parola sorda, scura, una specie di ghigno satanico: io giuro! Egli restò sulla montagna durante tutta la tempesta che il discorso di Garibaldi scatenò, restò freddo, la beffa sulle labbra sardoniche, le scintille ed il sangue negli occhi. Poi disparve. Quella testa moresca, ai denti bianchi ed aguzzi, agli occhi elettrici, alla chioma lunga e nera che io vidi mangiare i mustacchi per tre ore, mi turbava ancora.


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I moribondi di Palazzo Carignano
di Ferdinando Petruccelli della Gattina
Editore Perelli Milano
1862 pagine 170

   





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