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      Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dell'intensissimo freddo.
      Appena avevamo spiegato il nostro pologue ed acceso un allegro fuoco, noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna. La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col cuoio raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:
      /# "Dimmi, piccola colomba, - Dimmi colomba dalla piuma nera: - Ove hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare? - Io li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti, - Sulle bianche torose(30) dell'Oceano. - Gli è là ch'essi hanno scoverto una bell'isola! - Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso il mare turchino, - Per dire al mio amante - Che tu hai visto la sua amica versare lagrime amare". #/


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Le notti degli emigrati a Londra
di Ferdinando Petruccelli della Gattina
Editore Treves Milano
1872 pagine 346

   





Metek Oceano