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      Spaventa ed io lo accompagnammo; ma né le minacce, né le preghiere, né i consigli si vollero udire. Ci dissero ignari dei fatti che succedevano altrove, troppo confidenti nella propria dignità, troppo poco studiosi della nostra responsabilità in mantenere la sicurezza e la libertà del paese. Si asseverò che una grande cospirazione sarebbe scoppiata o nella notte o all'indomani, e che rappresentanza e costituzione periclitavano. Scoraggiati tornammo all'assemblea e perplessi, perché tra un nugolo di gente, per la prima volta veduta, avevamo scorto qualche amico che, illuso anch'esso, prestava il braccio ad una trama scellerata. Unitamente a noi, alle quattro del mattino, giungeva il ministro Manna, il quale, in nome del re, notificava che il giuramento non si sarebbe prestato. Essendosi infatti trovato il mezzo più comodo delle barricate, a qual pro il giuramento? La Camera non pertanto si felicitò per la sua fermezza, e si aggiornò per le nove ore, nel sito stesso, onde tutti insieme recarsi alla chiesa per la messa dello Spirito Santo, e quindi al locale dell'assemblea. Lanza, presidente provvisorio, diresse ai cittadini un proclama, annunziando il felice scioglimento di una dissensione, a cui i pari non poca parte avevano presa, e pregavali di fare incontanente scomparire qualunque traccia di discordia. - La nostra voce era fiacca, impotente: eravam troppo pochi per lacerare la tela dei delitti con tanto accorgimento fabbricata: vi era un partito determinato a non farla prevalere.


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La rivoluzione di Napoli nel 1848
di Ferdinando Petruccelli della Gattina
pagine 212

   





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