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      anda passare. Il passo gli si rifiuta. Allora egli dichiara: che recavasi a corte per rendere note le deliberazioni dei suoi compatrioti, i quali avevan deciso che, uomini liberi, non si sarebbero battuti giammai contro un popolo, il quale anelava alla libertà, e segnatamente contro i napolitani da cui tanti pegni di simpatia avevano ricevuti: che a nome di tutti andava a scongiurare il re di cedere alle domande dell'assemblea e dei cittadini, e prometteva rischiarare ogni equivoco, temperare l'acerbità di ambo le parti. Misti ai delegati della corte, sulle barricate trovavansi pure degli uomini che credendo veramente la libertà in pericolo, e non sospettando di provocatori, vi si tenevano per compiere un dovere. Il dire del colonnello li persuase. E senza rammentarsi che equivoco non vi era più, e che le barricate non avevano più scopo, da un capo all'altro della strada Toledo ne fu demolito un cantone per lasciarlo arrivare fino alla Reggia, avendo tenuto da per tutto la favella medesima. Non si considerò neppure che avrebbe potuto percorrere altro cammino! Giunto dal re riferì: le barricate essere state costruite giusta i desiderii ed i comandi dati: guardarle pochi; non vi esser dubbio sull'esito dell'attacco; potervisi metter mano. Allora fu dato ordine ai militari di marciare. Preceduti dal colonnello medesimo, il quale assumeva di un subito altro aspetto, si presentarono alla prima barricata, di rincontro alla Reggia, ed imposero ai difensori di arrendersi a mercé. Nel tempo stesso un colpo di pistola parte da uno dei palagi presso il cantone di San Ferdinando.


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La rivoluzione di Napoli nel 1848
di Ferdinando Petruccelli della Gattina
pagine 212

   





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